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Morto dopo fermo carabinieri a Lodi, sorella di Giuseppe Uva: "Vicina a famiglia, conosco calvario"

Cronaca

Morto dopo fermo carabinieri a Lodi, sorella di Giuseppe Uva: "Vicina a famiglia, conosco calvario"

"Leggendo la vicenda accaduta a Lodi mi è sembrato di rivivere la storia di mi...

Adnkronos

14 Ottobre 2026 19:01

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(Adnkronos) - "Leggendo la vicenda accaduta a Lodi mi è sembrato di rivivere la storia di mio fratello Giuseppe. Fermato, ammanettato, portato in caserma e tenuto lì per ore, prima di essere trasferito in ospedale. Purtroppo i casi si susseguono, è una vergogna. Già prima avevano 'licenza di uccidere' con le nuove norme sullo scudo penale la situazione non potrà che peggiorare. Verranno sempre assolti perché i 'colpevoli' saranno sempre le vittime, i nostri fratelli, i nostri familiari. Si sono invertite le parti. Sono sempre più disgustata". A dirlo all'Adnkronos è Lucia Uva, sorella di Giuseppe, l'operaio di Varese deceduto a giugno 2008 dopo una notte trascorsa in caserma, commentando la morte a Lodi del 39enne Agostino Conigliaro, deceduto lunedì mattina all'ospedale Maggiore, dove era arrivato trenta ore prima, a seguito di un malore durante un intervento dei carabinieri.

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Un episodio su cui la Procura di Lodi ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti, iscrivendo i due militari del Radiomobile, intervenuti nel residence in cui il 39enne si era intrufolato, nel registro delle annotazioni preliminari, il cosiddetto modello 45-bis, introdotto quest'anno dal decreto Sicurezza per quei casi in cui il reato risulti da subito commesso in presenza di una causa di giustificazione.

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"Io non ce l'ho con i poliziotti e i carabinieri - sottolinea Uva -, rispetto le forze dell'ordine ma credo sia necessario porre un argine a questa violenza". Il copione per la sorella di Giuseppe Uva è sempre lo stesso. "Le vittime diventano di volta in volta drogati, violenti, autolesionisti, pazzi. Eppure mio fratello non lo era, così come non lo erano gli altri. Non lo erano Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini o Stefano Cucchi, che ha subito la morte più atroce. Occorre prendere provvedimenti, insegnare a poliziotti e carabinieri come comportarsi davanti a soggetti che loro definiscono 'violenti' e 'aggressivi', addestrarli".

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Ai familiari di Agostino Conigliaro, Lucia Uva esprime "vicinanza e solidarietà". "Conosco bene il calvario che li aspetta, i miei processi sono durati 18 anni e adesso mi sono rivolta alla Cedu perché aspetto ancora risposte dallo Stato italiano". Tutti gli imputati per la morte del fratello sono stati assolti, ma la famiglia ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani. "Io vado avanti perché Giuseppe non è morto di freddo, ma per le botte che ha preso e nessuno mai riuscirà a convincermi del contrario. Non era un delinquente e un drogato e se anche lo fosse stato dovevano prenderlo e portarlo in ospedale per il ricovero. Provo ancora molta rabbia per quello che gli è successo", dice, ammettendo: "Ho paura per i miei figli e per i miei nipoti davanti a quello che leggiamo ogni giorno, ho terrore di cosa possa succedere".

"E' ormai evidente a tutti che le operazioni di immobilizzazione uccidono. Queste manovre devono essere vietate. Non si può morire per un fermo di polizia. Purtroppo non è la prima volta e, se non si prendono provvedimenti, non sarà l'ultima". A dirlo all'Adnkronos è la senatrice di Avs, Ilaria Cucchi, esprimendo il proprio "cordoglio" ai familiari di Agostino Conigliaro. "Ogni intervento delle forze di polizia deve essere proporzionato e deve sempre tutelare la dignità del fermato", sottolinea la senatrice di Avs, per la quale "va fatta piena luce su quanto successo a Lodi qualche giorno fa".

"L'iscrizione dei due carabinieri nel 'registro delle annotazioni preliminari', il cosiddetto registro '45bis', e non nel registro degli indagati - sottolinea Cucchi -, non deve diventare una tutela speciale per le forze dell'ordine, una sorta di 'scudo penale'. Perché se così fosse si correrebbe il rischio di indebolire i diritti delle vittime, rallentando o rendendo meno lineare l'accertamento delle responsabilità. Occorre arrivare il più presto possibile alla verità attraverso un'indagine rigorosa che non faccia sconti a nessuno", conclude.

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