GELA, MATILDE MONTINARO RACCONTA LA VITA E L’IMPEGNO DEL FRATELLO RIMASTO UCCISO A CAPACI

GELA, MATILDE MONTINARO RACCONTA LA VITA E L’IMPEGNO DEL FRATELLO RIMASTO UCCISO A CAPACI

Omaggiare la vita delle vittime di Mafia e quello che hanno difeso a costo della morte. È quello che fa da anni Matilde Montinaro, sorella di Antonio Montinaro, capo della scorta di Giovanni Falcone rimasto ucciso durante l’attentato di via D’Amelio, 30 anni fa. La Mafia le ha tolto la possibilità di crescere insieme al fratello, che oggi avrebbe 59 anni. Superato il tragico momento emotivo ha deciso di di trasformare il suo dolore in impegno. Gli incontri gli studenti li definisce sedute psicologiche dove riesce a ricordare alcuni particolari della vita del fratello che difficilmente le tornano in mente a casa. Anche grazie a sua figlia ha trovato la forza di raccontare chi era Antonio, zio che nessuno ricordava. 

Matilde ha ripercorso gli anni di vita di Antonio precedenti e successivi alla strage. La scelta fare il poliziotto, l’approvazione del padre, l’aver nascosto alla famiglia di fare parte della scorta, l’orgoglio che Matilde provava quando il fratello andava a prenderla a scuola. Paolo borsellino durante il funerale le  avvicinò e le disse: suo fratello era innamorato di Giovanni Falcone. Per Matilde ricordare è una questione etica e morale. La Mafia non uccide con le armi ma in maniera silente colpendo la dignità delle persone – ha dichiarato – agli studenti, poi, ha suggerito di ascoltare e amare storie del genere come i grandi della letteratura per sconfiggere la Mafia. Verità e giustizia per Matilde rappresentano un diritto e un desiderio. A distanza di 30 anni e e tre processi c’è ancora buio attorno la strage di Capaci – ha sottolineato – una condanna a mattia Messina denaro, latitante. Un paese che si identifica come democratico non lo è senza verità. Matilde Montinaro non riesce ancora a perdonare. Non lo ha fatto con Giovanni brusca, colui che azionò il telecomando,   tornato in libertà lo scorso anno ma è convinta che a distanza di 30 anni qualcosa del sistema giudiziario vada  rivisto. L’incontro è stato organizzato dall’associazione Fai Antiracket presieduta da Renzo Caponetti che quest’anno ricorda anche i 30 anni dall’uccisione dell’imprenditore Gaetano Giordano.

di Graziano Amato

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